la poesia salva la vita
Questa mancava. Questa poesia, scritta nella primavera di quest'anno, racconta il mio pensiero riguardo allo scrivere versi. Hans Magnus Enzensberger diceva che una poesia è sempre politica, anche se parla di un fiore, se descrive un tramonto. Pasolini, durante un'intervista, affermò che l'espressione di un artista è sempre scandalosa, perchè il suo sguardo irrompe dissonante nel vivere degli uomini.
Bertolt Brecht scriveva... "Anche nei tempi bui/si canterà?/Anche si canterà./Dei tempi bui."
Sono i nostri tempi bui? Tanto per non rimanere nell'astratto, il signor briatore, notissimo manager nostrano, in una recente intervista ha annunciato di prendere seriamente in considerazione l'opportunità di mettersi in politica, di scendere in campo anche lui. Ecco, da parte mia, potesse astenersi gliene sarei grato. Inoltre, ha espresso malcontento per l'atteggiamento ostile di certa sinistra nei confronti dei ricchi. Secondo briatore i ricchi dovrebbero essere sostenuti da chi governa, in quanto esempio per i nostri ragazzi di chi ce l'ha fatta!!! Nessuno ha osato contraddirlo. Ci provo io.
Caro briatore, farcela nella vita può significare molte cose. La realizzazione economica è certamente un obiettivo importante, da insegnare con responsabilità alle nuove generazioni. Ma farcela nella vita dovrebbe significare molto di più. Accade che un individuo posponga il suo personale interesse a valori più alti. Accade che si prendano altre strade per realizzare la propia vita. Accade che qualcuno non riesca a trovare il senso dell'esistenza nell'accumulo di denaro. Se la sua fortuna, sudata ed onestamente guadagnata (?), la fa sentire uno che ce l'ha fatta sono felice per lei. Ma, mi creda, i valori ed i modelli da trasmettere ai giovani, anche ai futuri ricchi, sono altri. Non deve passare un messaggio secondo cui essere felici dipenda dal proprio conto corrente.
E' di questi giorni un dato allarmante. Il 13,1% degli italiani vive sotto la soglia della povertà. Uno su dieci.
Messaggi scorretti fanno di quel tredici per cento un'enorme massa di falliti. Le cose non stanno così.
Lottare ogni giorno con le privazioni, rimanere onesti nonostante le difficoltà, trovere la forza di sorridere e di conservare la propria dignità. Anche questo è farcela, caro briatore. Anche questo.
Franz
Lettera ad un contemporaneo
Tu che guardando vedi,
in mezzo ai corpi tutti uguali
non perdere te stesso.
Scrittori di ventagli e paraventi
sono quanto un silenzio,
quanto una rinuncia.
Sentiamo ancora
noi, le
mutevibranti note –
marciare le divise della gioia.
Diserta i versi asciutti,
in giorni bui come questi
farai da testimone, se altro non puoi fare.
versi d'autunno
A Milano piove, in questi giorni d'inizio autunno. Quando non piove il colore del cielo annuncia altra pioggia. Bentornato plumbeo grigiore, mon amour.
Nei versi che seguono, le giornate così fanno da sfondo a due differenti modi di vivere. Il primo è quello dell'esposizione estrema, al contempo d'un vivere autentico, senza riserve, in cui anche la fine è testimone di quell'energia vitale. Il secondo è quello della sicurezza, della certezza di superare indenni un altro inverno, un'altra avversità, senza esporsi. La vita ripropone sempre il bivio fra le due scelte, scegliere non è sempre facile.
L'ultimo verso è un endecasillabo a maiore, ma va considerato l'accento secondario che cade sulla prima sillaba di polverose. Va dunque letto sottolineando l'accento di sesta e sacrificando leggermente quello primario che cade in ottava posizione.
Franz
Nidi (a Julia)
Si lasciano
spagliare rapinati dall’azzurro.
Interrogano le grondaie
acquose, gli umidi cortili,
le ringhiere di porta Ticinese.
Le campanarie immobili,
le grigie alzaie
invase di silenzio.
L’inganno attonito
dei caseggiati, delle imposte
benchiuse, dei timidi balconi,
tace al vento
le ceneri di polverose stanze.
Toh, qualche verso!
Bella serata ieri a casa di Claudio. Bello il tatuaggio che Claudio ha quasi portato a termine, che le mie carni avidamente attendono. Talmente bello che, se mai raccoglierò dei versi in un libello, lo vorrei in copertina. Mah!
Bella l'atmosfera che Antonio modellava con versi, propri e non, tra i quali un suo squisito componimento che, per il momento, non mi permetto di postare qui, non avendo chiesto il suo consenso.
Tra gli altri versi, quelli non suoi, una poesia di D'Annunzio che a mala pena ricordavo, bellissima.
E allora salutiamo Vittorio che oggi è tornato in Germania, salutiamo Claudio e Vale, Antonio e Desi, Chiara e Sara, Marco e Marco, Tommaso e la sua interminabile tesi.
a presto, Franz
Qui giacciono i miei cani di Gabriele D'Annunzio
Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
CAMILLO SBARBARO
Sbarbaro siede all'ultimo banco, quello in fondo, nella classe dei Crepuscolari. Non è certo una voce da primo banco la sua, non è certo quella di Gozzano, tanto attento ai suoi lettori e lettrici, non quella di Moretti. Sbarbaro immerge un piede soltanto nella corrente crepuscolare. L'altro è ben piantato nella sua liguria, nelle sue solitarie peregrinazioni. Anche la nostalgia per un'epoca del bello, per un'era artistica di cui la rivoluzione borghese sembra irrimediabilmente segnare la fine, in Sbarbaro lascia posto ad un dolore intimo, privato, vissuto all'interno dell'Io poetico, inutile rifugio. Nella mitezza della sua voce è il titolo che, nel panorama dimesso dei poeti definiti crepuscolari, indica proprio quel posto in ultima fila, distante dagli altri compagni.
Pianissimo, questo il titolo, è il diario di un uomo schivo, poco incline alle ribalte cercate da molti suoi contemporanei. Restio persino a rendere pubblica la sua voce poetica. Il mondo di Camillo Sbarbaro è chiuso nel suo animo fragile; la sua è forse, con quella struggente di Corazzini, la voce più vulnerabile di quel periodo.
Eppure, in questo suo delicatissimo e riservato vivere (collezionava meticolosamente licheni, il nostro Camillo) vuole esprimersi una spinta conoscitiva (Camillo era un esperto di fama internazionale!, la sua raccolta è considerata d'importanza scientifica) in cui trovano posto versi induriti, di risentimento verso l'aridità del reale, di sconfitta del soggeto di fronte ad un insondabile, incomprensibile altro da sé. Sconfitta dell'uomo che incrocia le passeggiate sonnambule del poeta, che vive in modo sempre più distratto, che spreca la vita incurante di darle un senso e a ben altro interessato. Qui è l'accusa di Sbarbaro alla sua contemporaneità, allo sviluppo borghese in cui cinquant'anni più tardi Pasolini dirà di non poter credere, al nascente ceto medio dal quale, purtroppo, l'intellettuale italiano si staccherà presto per non fare più ritorno. (e si vede!)
Qui è il sentire che proietta Sbarbaro ai margini degli Ossi brevi, complice nell'affermazione dell'impossibilità conoscitiva del reale, ed in quel paesaggio montaliano che a lui deve moltissimo. La fragilità dell'amico Sbarbaro, nei due componimenti a lui dedicati, è, sempre a mio modesto parere, uno dei momenti più belli nel Montale degli Ossi.
Qella che ho l'onore di ospitare nel blog, fra le altre, belle, poesie raccolte in Pianissimo, ha il tono forte di chi ammette la resa volendo lanciare un'ultima pesante accusa. Risuona la tua accusa, caro Camillo!, e incita il mio proposito di raccogliere qui (ci penso da un pò) quei versi che potremmo a ragione indicare come militanti o civili, ma che nel mio blog vorrei fossero letti come parole ad occhi aperti. Come appelli, come stimoli alla riflessione sulla loro attualità. Come domande, per chiederci cosa, dal giorno in cui furono scritte, poteva andare diversamente mentre invece si è trasformato in un telefilm, in un reality, in una televendita. Forse nel sogno della ragione...
Grazie di avermi letto, del vostro tempo e grazie a Camillo Sbarbaro! Franz
Talor, mentre cammino per le strade
Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d'essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.
M'occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.
Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d'esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall'attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.
Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l'orlo
d'un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell'attimo dentro m'impauro
a vedere che gli uomini son tanti.
da
Pianissimo di Camillo Sbarbaro, Marsilio ed.
Se interessa approfondire l'argomento Sbarbaro consiglio questo link:
adinicola.it, sperando non dispiaccia all'autore che saluto.