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mercoledì, 25 maggio 2005
Per chi come me prova a fare poesia (per chi conosce la fatica che si compie cercando di guadagnre il "primo scalino" di Kavafis), ho trovato le righe che seguono in un blog - ascensore.splinder.com - e non potevo non ricopiare questo intervento di Levi. Eccolo dunque.
"Non è vero che il solo scrivere autentico è quello che viene dal "cuore", e che in effetti viene da tutti gli ingredienti distinti dalla conoscenza che sono citati sopra. Questa opinione, del resto onorata dal tempo, si fonda sul presupposto che il cuore che "ditta dentro" sia un organo diverso da quello della ragione e più nobile di esso, e che il linguaggio del cuore sia uguale per tutti, il che non è. Lungi dall'essere universale nel tempo e nello spazio, il linguaggio del cuore è capriccioso, adulterato e instabile come la moda, di cui in effetti fa parte: neppure si può sostenere che esso sia uguale a se stesso limitatamente ad un paese e ad un'epoca. Altrimenti detto, non è un linguaggio affatto, o al più un vernacolo, un argot, se non un'invenzione individuale." ..."Qui occorre far fronte a un'obiezione: talvolta si scrive (o si parla) non per comunicare, ma per scaricare una propria tensione, o una gioia, o una pena, ed allora si grida anche nel deserto, si geme, ride, canta, urla. Per chi urla, purché abbia motivi validi per farlo, ci vuole comprensione: il pianto e il lutto, siano essi contenuti o scenici, sono benefici in quanto alleviano il dolore.Urla Giacobbe sul mantello insanguinato di Giuseppe; in molte città il lutto gridato è rituale e prescritto. Ma l'urlo è un ricorso estremo, utile per l'individuo come le lacrime, inetto e rozzo se inteso come linguaggio, poiché tale, per definizione, non è: l'inarticolato non è articolato, il rumore non è suono. Per questo motivo, mi sento sazio delle lodo tributate a testi che (cito a caso) "suonano al limite dell'ineffabile, del non-esistente, del mugolio animale". Sono stanco di "densi impasti magmatici", di "rifiuti semantici" e di innovazioni stantie. Le pagine bianche sono bianche, ed è meglio chiamarle bianche; se il re è nudo, è onesto dire che è nudo."
Primo Levi
Per chi vuole un pò di versi, "Il primo scalino" di Costantino Kavafis, nell'edizione Oscar Mondadori a cura di Filippo Maria Pontani. Per gli amanti di Kavafis consiglio le traduzioni (o meglio, interpretazioni) di Lorenza Franco: "Le Mura Intorno" 80 Poesie di C. Kavafis, Edizioni La Vita Felice.
Il Primo Scalino
Eumene, giovanissimo poeta,
si lamentava un giorno con Teocrito:
"Due anni sono già da quando scrivo,
e non ho fatto che un idillio solo:
è l'unico lavoro mio compiuto.
Povero me, lo vedo bene, è alta,
molto alta la scala di Poesia.
Sono soltanto sul primo scalino:
povero me, che non andrò più su."
Gli rispose Teocrito: "Stonate
sono, e blasfeme queste tue parole.
Sei sul primo gradino della scala?
Fiero devi sentirtene, e felice.
Essere giunto qua non è da poco;
quanto hai fatto non è piccola gloria.
Anche il primo gradino della scala
è tanto lungi dal volgo profano.
Se vuoi posarvi il piede, entrare devi
nella Città sublime delle idee
col tuo diritto di cittadinanza.
Ed è cosa difficile e assai rara
che t'iscrivano là fra i cittadini.
E dei legislatori del suo foro
nessun avventuriero si fa scherno.
Esser giunto qua non è da poco;
quanto hai fatto non è piccola gloria".
E' da un pò che giro i blog di splinder... ho letto un sacco di poesie, di racconti. Non ho trovato alcun percorso collettivo. C'è un generale esibizionismo individualista, voglia di leggere e di struggersi, ma non c'è nessuno che provi a tracciare un percorso. Questa poesia ha un anno. Leggevo Majakovskij.
...grazie del vostro tempo fbp
Garzoni
Sia morte
o vivida agonia,
che vuoi che importi
a noi, poeti della strada.
No!
Non è vita
questo tormento, che
siamo incolti
come giovani garzoni
a bottega dall’istinto.
Eccolo,
tra i molti,
il sommo sacrificio
al vero talento:
onorare il peso
d’una cieca libertà.
mercoledì, 18 maggio 2005
"Capre" è una poesia che risale al dicembre scorso. Uscivo da uno dei tanti media-store del centro. I libri costano troppo. La musica costa troppo. Mentre guardare "Ho sposato un calciatore" è assolutamente gratis. Voi che ne pensate?
...grazie del vostro tempo fbp
Capre
In libreria
tutti quei libri
e nelle tasche non un soldo.
La cultura che non sta in tasca
e nemmeno sotto al cappotto
mentre corro tra le guardie incazzate
scivolano le edizioni economiche
e mi metto le ali ai piedi
e sotto ai piedi la vostra moquette.
Torno alla strada che abbraccia
il mio genio ignorante mentre guarda
le vetrine e le insozza avidamente.
Ma il mio cuore è un animale.
Il mio cuore, il mio sesso, la mia fame...
Qui sotto grido,
e se gridassi un po' più forte
cadrebbero le porte chiuse.
Ma si fotta
il talento rilegato alla trentesima edizione.
Al talento non devo nulla...
Ha talento un animale??? Tutto è amore,
nel bene e nel male.
Le mie domeniche a passeggiare,
nudo tra i pensieri. Le lacrime e il dolore.
La mia vendetta. Il vostro sangue senza altare,
e voi, capre, che non siete agnelli.
lunedì, 16 maggio 2005
DARIO BELLEZZA
Ho scoperto la poesia di Bellezza diversi anni fa, per caso, su una rivista. Nasce nel 1944 Dario Bellezza, poeta amareggiato e avvilito, ma non per questo erede di una disaffezione alla vita, strada che molti poeti della sua generazione percorreranno. Peraltro una vita schiva quella di Bellezza, almeno nella sua esistenza poetica. Fatta di ombre, di corridoi, di porte socchiuse, più che di luci o di finestre. Fu amico di Moravia, di Palazzeschi, della Morante, ed elogiato da Pasolini già ai suoi esordi. I toni si fanno più aspri nell’ultima parte della sua produzione, dove l’esser poeta diventa condizione gravosa, di emarginazione dal mondo dei vivi, per quanto irrinunciabile e doveroso. Si spegnerà nel 1996, dopo una lunga e molto sofferta malattia. Oltre ad alcune poesie riportate qui sotto (tratte dal volume "Poesie 1971-1996", nella collana poesia del '900, Oscar Mondadori 2002), vorrei invitare chi ha qualche minuto in più a confrontarsi con un intervento del poeta sulla condizione di salute della letteratura e degli autori, datato maggio 1995, ma estremamente attuale, anzi scottante, direi meglio.
...grazie del vostro tempo fbp
da Morte segreta (1976)
Ho paura. Lo ripeto a me stesso
invano. Questa non è poesia né testamento.
Ho paura di morire. Di fronte a questo
che vale cercare le parole per dirlo
meglio. La paura resta, lo stesso.
Ho paura. Paura di morire. Paura
di non scriverlo perchè dopo, il dopo
è più orrendo e instabile del resto.
Dover prendere atto di questo:
che si è un corpo e si muore.
da Libro di Poesie (1990)
La mia casa, L’entrata
Ho scritto svariate poesie sulla mia casa.
Ma nessuna sulla sua porta d’entrata –
l’ho ridipinta di bianco, accecando
un senso irreale e sospeso. Qualcuno
potrà carpire oscuri sentimenti, di morte
invocata, affrettata; a me piace così,
bianca e puttana se dà il viatico
solenne ad una vita sbagliata:
la mia perdizione, il poco cercarsi –
la solitudine del creato rimbomba
sulla soglia maledetta, l’assassino
lo sento sempre in agguato; i gatti
lontani, abbandonati al giustiziere
delle notti inutili. Così non cerco
più di rimestare nel torbido, mi dico
solo, sono a casa, nella parte più
minacciata, nella parte più stregata
dove tutti mi possono trovare. Sia,
quando arrivo, quando esco trafelato,
perduta ogni dimora, ogni entrata!
Sia smarrita la volontà di vivere
Gli storti sogni o la calamità;
chiunque entri, oppure nessuno:
alla porta sia chiusa per sempre
come dopo la morte terrestre,
dei sensi; sulla soglia inviolata
resti solo la paura ricercata
come una rosa profumata. Resti, sì,
l’angoscia, la furia, la bestialità
di un attimo già vissuto
guardando un corridoio regale,
brutale – regalo agli occhi
da L'Avversario (1994)
Gatti
Siete miei prigionieri
prigionieri dell'amore dunque
anche il tetto vi è proibito
per ragioni di forza maggiore
e la vostra vita passa e ripassa
in due sole stanzette umide
dove vi rinchiudo quando esco
per serate di gala sinistra
Io sono vostro prigioniero
prigioniero di tutto
anche dell'aria che respiro
o dell'abiezione raggiunta
in liberi orgasmi di sventura.
Non voglio giocare più.
Non sono Leopardi ormai,
e neppure Kavafis. Chi sono
dunque? La domanda è pertinente
più di ogni risposta evasiva
o paradossale ("un poeta" =
"un buffone") alla quale
si può obiettare certo
che il nulla e il tutto
sono la stessissima cosa -
gatti amorosi permettendo,
e, al contrario dei gatti,
in natura i poeti
non esistono.
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