Sbarbaro siede all'ultimo banco, quello in fondo, nella classe dei Crepuscolari. Non è certo una voce da primo banco la sua, non è certo quella di Gozzano, tanto attento ai suoi lettori e lettrici, non quella di Moretti. Sbarbaro immerge un piede soltanto nella corrente crepuscolare. L'altro è ben piantato nella sua liguria, nelle sue solitarie peregrinazioni. Anche la nostalgia per un'epoca del bello, per un'era artistica di cui la rivoluzione borghese sembra irrimediabilmente segnare la fine, in Sbarbaro lascia posto ad un dolore intimo, privato, vissuto all'interno dell'Io poetico, inutile rifugio. Nella mitezza della sua voce è il titolo che, nel panorama dimesso dei poeti definiti crepuscolari, indica proprio quel posto in ultima fila, distante dagli altri compagni.
Pianissimo, questo il titolo, è il diario di un uomo schivo, poco incline alle ribalte cercate da molti suoi contemporanei. Restio persino a rendere pubblica la sua voce poetica. Il mondo di Camillo Sbarbaro è chiuso nel suo animo fragile; la sua è forse, con quella struggente di Corazzini, la voce più vulnerabile di quel periodo.
Eppure, in questo suo delicatissimo e riservato vivere (collezionava meticolosamente licheni, il nostro Camillo) vuole esprimersi una spinta conoscitiva (Camillo era un esperto di fama internazionale!, la sua raccolta è considerata d'importanza scientifica) in cui trovano posto versi induriti, di risentimento verso l'aridità del reale, di sconfitta del soggeto di fronte ad un insondabile, incomprensibile altro da sé. Sconfitta dell'uomo che incrocia le passeggiate sonnambule del poeta, che vive in modo sempre più distratto, che spreca la vita incurante di darle un senso e a ben altro interessato. Qui è l'accusa di Sbarbaro alla sua contemporaneità, allo sviluppo borghese in cui cinquant'anni più tardi Pasolini dirà di non poter credere, al nascente ceto medio dal quale, purtroppo, l'intellettuale italiano si staccherà presto per non fare più ritorno. (e si vede!)
Qui è il sentire che proietta Sbarbaro ai margini degli Ossi brevi, complice nell'affermazione dell'impossibilità conoscitiva del reale, ed in quel paesaggio montaliano che a lui deve moltissimo. La fragilità dell'amico Sbarbaro, nei due componimenti a lui dedicati, è, sempre a mio modesto parere, uno dei momenti più belli nel Montale degli Ossi.
Qella che ho l'onore di ospitare nel blog, fra le altre, belle, poesie raccolte in Pianissimo, ha il tono forte di chi ammette la resa volendo lanciare un'ultima pesante accusa. Risuona la tua accusa, caro Camillo!, e incita il mio proposito di raccogliere qui (ci penso da un pò) quei versi che potremmo a ragione indicare come militanti o civili, ma che nel mio blog vorrei fossero letti come parole ad occhi aperti. Come appelli, come stimoli alla riflessione sulla loro attualità. Come domande, per chiederci cosa, dal giorno in cui furono scritte, poteva andare diversamente mentre invece si è trasformato in un telefilm, in un reality, in una televendita. Forse nel sogno della ragione...
Grazie di avermi letto, del vostro tempo e grazie a Camillo Sbarbaro! Franz
Talor, mentre cammino per le strade
Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d'essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.
M'occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.
Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d'esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall'attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.
Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l'orlo
d'un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell'attimo dentro m'impauro
a vedere che gli uomini son tanti.
da Pianissimo di Camillo Sbarbaro, Marsilio ed.
Se interessa approfondire l'argomento Sbarbaro consiglio questo link: adinicola.it, sperando non dispiaccia all'autore che saluto.


