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venerdì, 29 settembre 2006
 

  CAMILLO SBARBARO   

sbarbaro

Sbarbaro siede all'ultimo banco, quello in fondo, nella classe dei Crepuscolari. Non è certo una voce da primo banco la sua, non è certo quella di Gozzano, tanto attento ai suoi lettori e lettrici, non quella di Moretti. Sbarbaro immerge un piede soltanto nella corrente crepuscolare. L'altro è ben piantato nella sua liguria, nelle sue solitarie peregrinazioni. Anche la nostalgia per un'epoca del bello, per un'era artistica di cui la rivoluzione borghese sembra irrimediabilmente segnare la fine, in Sbarbaro lascia posto ad un dolore intimo, privato, vissuto all'interno dell'Io poetico, inutile rifugio. Nella mitezza della sua voce è il titolo che, nel panorama dimesso dei poeti definiti crepuscolari, indica proprio quel posto in ultima fila, distante dagli altri compagni.
Pianissimo, questo il titolo, è il diario di un uomo schivo, poco incline alle ribalte cercate da molti suoi contemporanei. Restio persino a rendere pubblica la sua voce poetica. Il mondo di Camillo Sbarbaro è chiuso nel suo animo fragile; la sua è forse, con quella struggente di Corazzini, la voce più vulnerabile di quel periodo.
Eppure, in questo suo delicatissimo e riservato vivere (collezionava meticolosamente licheni, il nostro Camillo) vuole esprimersi una spinta conoscitiva (Camillo era un esperto di fama internazionale!, la sua raccolta è considerata d'importanza scientifica) in cui trovano posto versi induriti, di risentimento verso l'aridità del reale, di sconfitta del soggeto di fronte ad un insondabile, incomprensibile altro da sé. Sconfitta dell'uomo che incrocia le passeggiate sonnambule del poeta, che vive in modo sempre più distratto, che spreca la vita incurante di darle un senso e a ben altro interessato. Qui è l'accusa di Sbarbaro alla sua contemporaneità, allo sviluppo borghese in cui cinquant'anni più tardi Pasolini dirà di non poter credere, al nascente ceto medio dal quale, purtroppo, l'intellettuale italiano si staccherà presto per non fare più ritorno. (e si vede!)
Qui è il sentire che proietta Sbarbaro ai margini degli Ossi brevi, complice nell'affermazione dell'impossibilità conoscitiva del reale, ed in quel paesaggio montaliano che a lui deve moltissimo. La fragilità dell'amico Sbarbaro, nei due componimenti a lui dedicati, è, sempre a mio modesto parere, uno dei momenti più belli nel Montale degli Ossi.
Qella che ho l'onore di ospitare nel blog, fra le altre, belle, poesie raccolte in Pianissimo, ha il tono forte di chi ammette la resa volendo lanciare un'ultima pesante accusa. Risuona la tua accusa, caro Camillo!, e incita il mio proposito di raccogliere qui (ci penso da un pò) quei versi che potremmo a ragione indicare come militanti o civili, ma che nel mio blog vorrei fossero letti come parole ad occhi aperti. Come appelli, come stimoli alla riflessione sulla loro attualità. Come domande, per chiederci cosa, dal giorno in cui furono scritte, poteva andare diversamente mentre invece si è trasformato in un telefilm, in un reality, in una televendita. Forse nel sogno della ragione...

Grazie di avermi letto, del vostro tempo e grazie a Camillo Sbarbaro! Franz



Talor, mentre cammino per le strade

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d'essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.

M'occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.

Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d'esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall'attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.

Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l'orlo
d'un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell'attimo dentro m'impauro
a vedere che gli uomini son tanti.


da Pianissimo di Camillo Sbarbaro, Marsilio ed.
Se interessa approfondire l'argomento Sbarbaro consiglio questo link: adinicola.it, sperando non dispiaccia all'autore che saluto.

postato da versisparsi | 01:28 | commenti
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mercoledì, 27 settembre 2006
 

  Il sogno della ragione   

Come non essere attratti da una speranza tutta per noi? Come non farsi contaminare dall'aspettativa di un futuro in cui la ragione trovi finalmente risposte univoche, in cui sentirci giusti, incorrutibili, fieri?
Eppure, siamo consci di quale sacrificio comporti ricevere in dono la speranza nel nostro bene? Quali verità dovranno tacere, cosa dovremo far finta di non vedere, affinché le speranze coltivate con tanto zelo non svaniscano nell'attimo in cui ci svegliamo, bruscamente, alla realtà priva di giusti, di incorruttibili, di univocità? Sperare non è forse il nostro alibi migliore? "Ma c'è una razza..."



Il sogno della ragione

Ragazzo dalla faccia onesta
e puritana, anche tu, dell'infanzia,
hai oltre che la purezza la viltà.
Le tue accuse ti fanno mediatore che porta
la sua purezza - ardore di occhi azzurri,
fronte virile, capigliatura innocente -
al ricatto: a relegare, con la grandezza
del bambino, il diverso al ruolo del rinnegato.

No, non la speranza ma la disperazione!
Perché chi verrà, nel mondo migliore,
farà l'esperienza di una vita insperata.

E noi speriamo per noi, non per lui.
Per costruirci un alibi. E questo
è anche giusto, lo so! Ognuno
fissa lo slancio in un simbolo,
per poter vivere, per poter ragionare.
L'alibi della speranza dà grandezza,
ammette nelle file dei puri, di coloro,
che, nella vita, si adempiono.

Ma c'è una razza che non accetta gli alibi,
una razza che nell'attimo in cui ride
si ricorda del pianto, e nel pianto del riso,
una razza che non si esime un giorno, un'ora,
dal dovere della presenza invasata,
dalla contraddizione in cui la vita non concede
mai adempimento alcuno, una razza che fa
della propria mitezza un'arma che non perdona.

Io mi vanto di essere di questa razza.
Oh, ragazzo anch'io, certo! Ma
senza la maschera dell'integrità.

Tu non indicarmi, facendoti forte
dei sentimenti nobili - com'è la tua,
com'è la nostra speranza di comunisti -
nella luce di chi non è tra le file
dei puri, nelle folle dei fedeli.
Perchè io lo sono. Ma l'ingenuità
non è un sentimento nobile, è un'eroica
vocazione a non arrendersi mai,
a non fissare mai la vita, neanche nel futuro.

Gli uomini belli, gli uomini che danzano
come nel film di Chaplin, con ragazzette
tenere e ingenue, tra boschi e mucche,
gli uomini integri, nella salute
propria e del mondo, gli uomini
solidi nella gioventù, ilari nella vecchiaia
- gli uomini del futuro sono gli UOMINI DEL SOGNO.

Ora la mia speranza non ha
sorriso, o umana omertà:
perchè essa non è il sogno della ragione,
ma è ragione, sorella della pietà.


da Poesia in forma di rosa di Pier Paolo Pasolini, Garzanti

postato da versisparsi | 02:00 | commenti
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martedì, 26 settembre 2006
 

  ...un bel cominciare   

PPP

Per varare una seconda volta questo "vasél" di trasognati talenti mi permetto di scomodare Pasolini.
Pasolini scrisse versi tra i più belli, ma anche tra i più disillusi e severi del secolo scorso. Ecco, provando delusione per l'incipit di questo nuovo millennio, al quale è approdata, unica indenne, anzi rinnovata nello spirito, la guerra, ho voluto incidere due versi da "La Guinea" che serviranno da monito a coloro i quali intendano pararsi dinnanzi a queste mie prue, ma soprattutto da bussola a questo povero "marinaio in terra"...
Lo sguardo attento di Gian Maria Volonté mi sembra vigilare ottimamente su questi miei propositi, ma forse è davvero presto per dirlo. Ad ogni modo la ripetizione dell'immagine di Volontè dà vita (mi piace pensarlo) al primo componimento di questa rimpatriata. Del resto "verso" (derivata da "vertere", tornare indietro) indica proprio le reiterazione di una figura metrico-ritmica. L'accostamento di tre immagini identiche ha un significato che va sommandosi a quello della singola foto. L'occhio diventa penetrante, indagatore proprio perchè a noi risulta impossibile guardare tutti e tre quegli sguardi, mentre ad ognuno di quei ritratti è dato di scrutarci contemporaneamente.
"O si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita." G.M.Volonté

una buona buona giornata, Franz (livello di sbattimento: 9 )
...

postato da versisparsi | 05:25 | commenti
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lunedì, 04 luglio 2005
 

...è tornato Lucio! Torniamo a raccoglierci a Milano. "...dove tornare Milano, se non qui!"
Approfitto per inserire una poesia del caro Saba, che ottimamente risponde alla domanda che spesso mi è stata posta: "Perchè vivere a Milano?"... e la dedico al bentornato Lucio... e a tutti quelli per cui Milano è ormai un posto dove tornare!
...grazie del vostro tempo fbp



Milano

Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio
villeggiatura. Mi riposo in Piazza
del Duomo. Invece
di stelle
ogni sera s'accendono parole.
Nulla riposa della vita come
la vita.

postato da versisparsi | 11:27 | commenti
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